Quando essere normali è rivoluzionario

Spezie e conserve al mercato equo
1024 576 Massimo Castelli

Seguendo la protagonista di una delle mie storie sono capitato ad un piccolo mercato di coltivatori locali impegnati nel difendere il diritto all’autodeterminazione alimentare. Mi ha acceso un fiume di pensieri. Non sapevo nemmeno esistessero movimenti di questo tipo. Non sapevo nemmeno che quel diritto fosse del tutto a rischio, anche se a dire il vero saranno almeno 20 anni che li ho sotto gli occhi.

Ho visto cibo genuino che si riconosce dalle forme imperfette, ma sopratutto dai colori profondi, non quelli accesi che si è abituati a vedere al supermercato. Frutta, verdura, spezie, ma sopratutto conserve come non le vedevo più dalla fine degli anni ’80, da quando mia nonna tedesca a Colonia, in Germania, coltivava l’orto e faceva le conserve per l’inverno in cucina. Qui nel profondo sud dell’Italia, in Calabria, i tipi di verdura sono diversi, più mediterranei appunto, più vari di quello che vedevo nell’orto da bambino. Mi fanno ricordare le parole di nonna che in seguito ad alcuni viaggi nel paese natale di nonno vicino a Verona mi diceva sempre: “Ah, se avessimo il clima dell’Italia qui, vedresti l’orto che ti tirerei fuori da questo pezzo di terra. Qui però dobbiamo tenerci quello che c’è e farlo funzionare lo stesso. Loro si che sono fortunati, hanno molta più libertà, basta che mantengono la tradizione e sono ricchi.” Ai tempi ascoltavo le parole di nonna e le collegavo con l’ingenuità di un bambino alle sue espressioni, alla passione che aveva per l’orto incredibilmente ricco dei cugini nelle campagne delle colline veronesi ed alla sua passione per le zucchine. In Germania non erano poi così scontati negli anni ’80. Per coltivarli nel proprio orto non bastava infilare un seme in terra, dargli un po’ d’acqua ed aspettare che cresca. Andavano protetti dal freddo e curati. Solo oggi, a più di 30 anni di distanza, sto iniziando ad afferrare il significato dei tanti insegnamenti che ho ricevuto in campagna.

“Ah, se avessimo il clima dell’Italia qui, vedresti l’orto che ti tirerei fuori da questo pezzo di terra. Qui però dobbiamo tenerci quello che c’è e farlo funzionare lo stesso. Loro si che sono fortunati, hanno molta più libertà, basta che mantengono la tradizione e sono ricchi.”

Figuriamoci: nonna, figlia di agricoltori della Germania orientale, aveva imparato a coltivare a poche centinaia di km dalla Polonia. Lì il clima è decisamente meno clemente, ma l’essere umano ha sviluppato per secoli tecniche e metodi per la coltivazione – e con esse anche per la sopravvivenza che portava con se la convivenza e lo scambio dell’informazione con familiari e vicini. Infatti l’orto di nonna non scherzava. Ne in varietà, ne in quantità e dove necessario si utilizzava ingegnose tecniche antiche per proteggere le verdure dal freddo, dalla pioggia e dai cinghiali che arrivavano di notte dai boschi per spazzolare via tutto. La spesa che il nonno faceva teneva sempre conto delle conserve della nonna e spesso per settimane, sopratutto nei mesi estivi, non c’era proprio bisogno di farla. Tra orto, conserve, scambi e collaborazioni con i vicini non mancava mai nulla – nemmeno la carne, che comunque non si mangiava così spesso. Al supermercato il nonno magari ci andava per fare un giro, ma comprava sopratutto la cioccolata per noi bambini e qualche sfizio, per lo più dolci. Nonno da quando ho ricordi ha sempre lavorato in grandi aziende come impiegato prima di andare in pensione, potevano permettersi la spesa al supermercato – non era una questione di necessità, ma del senso della libertà della nonna. Questo lo capisco oggi. Cosa c’entra la libertà con l’orto? Direttamente, niente. Indirettamente, tutto.

Signora sceglie ortaggi

Signora che sceglie ortaggi al mercato equo.

Con gli anni, con l’età, ma anche con le abitudini delle generazioni più giovani a partire dei miei genitori, l’orto di nonna ogni anno aveva meno importanza e si rimpiccioliva, fino ad essere coltivato solo con il minimo indispensabile. Fare l’orto e coltivare la terra impiega tempo e fatica, ma sopratutto non ha senso se il prodotto non veniva consumato subito o conservato con le giuste tecniche. Si passava più ore a guardare la TV, ad “informarsi” su quello che succede nell’economia nazionale ed internazionale – o così ci si raccontava almeno – perché era importante per essere “al passo con i tempi”. Io in quel periodo ho iniziato ad andare a scuola ed “il tempo” e l’istruzione hanno iniziato ad occupare un ruolo sempre più prominente nella vita quotidiana. Cibo veniva sempre più spesso comprato al supermercato, perché diciamocelo: è molto più facile e molto più comodo utilizzare i soldi ottenuti nello scambio del proprio tempo di vita a servizio dell’economia moderna per sostenere se stessi ed i propri cari.

Nel passato, parliamo dei tempi dall’antichità alla fine del ‘700,  tutti sapevano fare un po’ tutto ed in gran parte le famiglie comuni si arrangiavano. Dalla costruzione e la manutenzione della casa alla produzione del cibo era la famiglia stessa o la comunità vicina a provvedere a tutto. Soldi facilitavano la situazione, ma non erano indispensabili. Al contrario, le famiglie nobili utilizzavano la ricchezza generata con le attività per provvedere alle tre priorità base che garantiscono la sopravvivenza umana: acqua/cibo, riparo e calore. Con i tempi moderni siamo tutti diventati un po’ più nobili, perché oggi, chi più chi meno, utilizziamo tutti lo stesso principio dei ricchi di allora. Di conseguenza è il nostro “peso economico” a garantire la nostra sopravvivenza e quella dei nostri cari. Veramente l’equazione quadra alla grande: liberandosi degli oneri della produzione del cibo abbiamo permesso ad ampie parti della popolazione (occidentale) del mondo la super specializzazione. Invece di essere tuttologi specializzati nella sopravvivenza, siamo sempre di più specialisti in uno specifico campo di eccellenza. Spingiamo i bambini a specializzarsi prima possibile cercando di individuare le loro “inclinazioni” ed incanalandoli prima possibile in un percorso di formazione e studi.  Oggettivamente parlando, nella media e considerando la quantità di persone oggi viventi, le nostre condizioni di vita sono decisamente “migliorate” rispetto a 100 anni fa. La mortalità infantile è ai minimi storici, le aspettative di vita ai massimi ed il benessere medio indica agio. Ho letto un articolo di recente (che però non citava ne fonti ne calcoli) che paragonava la ricchezza di Louis XIV, re di Francia, a quella di un cittadino della buona classe media americana. Togliendo ricchezza legata alla proprietà terriera del re ed i vantaggi derivanti dallo status, non è un paragone poi così improponibile. Tutto sommato quindi l’equazione di concentrare la nostra produzione alimentare nella mano di pochi per alimentarci gli altri e concentrare tutti sulla creazione di più ricchezza sembra funzionare. Di fatto funziona talmente bene che ci sono bambini che non sanno distinguere uno snack alla frutta dalla frutta fresca e c’è chi ormai adulto non ha mai visto un frutto attaccato ad una pianta. In un sistema talmente efficiente e funzionante, oggi sembra che le tre garanzie della sopravvivenza umana (acqua/cibo, riparo e calore/fuoco) siano state sostituite da una sola che permette di garantire le altre tre: fare soldi.

Tra orto, conserve, scambi e collaborazioni con i vicini non mancava nulla – nemmeno la carne, che comunque non si mangiava così spesso. Al supermercato il nonno magari ci andava per fare un giro, ma comprava sopratutto la cioccolata per noi bambini. Nonno da quando ho ricordi ha sempre lavorato in grandi aziende, potevano permettersi la spesa al supermercato – non era una questione di necessità, ma del senso per la libertà della nonna.

portulaca

Portulaca in esposizione

Con l’accrescere della specializzazione, anche la produzione alimentare si è specializzata. Dall’agricoltura che produce i migliori alimenti derivati dalla ricerca millenaria della collettività umana, è passata ad essere industria alimentare che produce reddito in linea con il cambiamento percorso da tutto il resto della società di cui fa parte. Più reddito possibile, perché più soldi ci sono, più garantita è la sopravvivenza. Il cibo che ne deriva è solo il prodotto vendibile, in concorrenza con gli altri prodotti vendibili sul mercato (globale), con l’intento di generare il reddito necessario per avere una industria almeno stabile, meglio se prospera, per garantire lo stipendio di chi si è specializzato in quel ramo. Ricordiamoci: in un mondo altamente specializzato, sono i soldi che garantiscono la sopravvivenza. Maggiore è l’efficienza nella produzione, più sicuro e probabilmente alto è il reddito. Una industria per essere efficiente si concentra solo su varietà e metodi di coltivazione più produttivi, premesso che siano anche quelli più vendibili. Per raggiungere i livelli altissimi della produzione alimentare di oggi è necessario studiare e creare sempre nuovi metodi e per poterlo fare servono investimenti (quindi altri soldi). Chi fa questo investimento ovviamente vuole assicurarsi il massimo ritorno sul proprio investimento. Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile sviluppare processi che proteggono i propri sviluppi – ed è qui che iniziano i problemi veri. La nonna ha visto lungo.

Al contrario, le famiglie nobili utilizzavano la ricchezza generata con le attività per provvedere alle tre priorità base che garantiscono la sopravvivenza umana: acqua/cibo, riparo e calore. Con i tempi moderni siamo tutti diventati un po’ più nobili, perché oggi, chi più chi meno, utilizziamo tutti lo stesso principio dei ricchi. Di conseguenza è il nostro “peso economico” a garantire la nostra sopravvivenza e quella dei nostri cari.

Le aziende dell’industria alimentare competono sul mercato e con questo in teoria si garantisce il “miglior prezzo” per il “miglior prodotto” possibile.La definizione di “migliore” dipende dal punto di vista. I maggiori concorrenti delle grandi aziende agro-alimentari non sono il piccolo produttore, ma le altre grandi aziende agro-alimentari. Per riuscire a competere e garantire la propria concorrenzialità, la protezione della proprietà intellettuale derivante dagli investimenti fatti in ricerca è molto importante. Altrimenti azienda A spende soldi di quelli che ha a disposizione per la propria attività ed azienda B, senza spendere un singolo € inizia a trarre profitto da quel miglioramento, magari sfruttando il momento di maggiore debolezza finanziaria di azienda A per conquistare le sue quote di mercato, o nel peggiore dei casi, mandarla fuori mercato. Niente soldi = “morte” sicura dell’azienda e di conseguenza anche di tutte le persone che ne sono connesse. Ok, l’esempio è drammatico, ma rende l’idea. Un seme facilmente riproducibile non è nell’interesse dell’industria agro-alimentare, che deve garantirsi il profitto derivante dalla propria creazione. Per farlo deve creare un elemento di unicità che è proteggibile dalla precisa descrizione in un brevetto depositato.

Prodotti agricoli dal Pollino

Prezzemolo, uova e basilico del Pollino

Il protezionismo dei grandi ha portato alla creazione di leggi, sostenuta dall’argomento di dovere rendere la produzione alimentare a grande scala il più sicuro possibile. E’ un rischio per tutti se una azienda che alimenta centinaia di migliaia di persone – per errore, per avidità o per qualsiasi motivo sia – non rispetta alcune regole fondamentali per la sicurezza. Con la scusa sono però anche state introdotte tutta una serie di normative che servono solo ed esclusivamente a proteggere il mercato ed il suo sistema. Le leggi non distinguono le aziende per dimensione ed a momenti arrivano quasi ad impedire al privato di coltivarsi l’orto, o per lo meno a farlo con le semenze che sono tramandate da padre in figlio da generazioni, per obbligare tutti a rifornirsi con la semenza moderna della filiera industriale. Va bene tutto, ma stiamo rischiando di perdere il patrimonio di migliaia di anni di selezione della frutta e degli ortaggi portata avanti almeno 15 000 anni di storia dell’umanità – con la scusa della sicurezza, ma di fatto per proteggere il profitto e gli interessi dei grandi.

Le regole e consuetudini della grande industria agro-alimentare sono in netto contrasto con i principi degli ortisti e dei piccoli produttori. Nonna non avrebbe mai piantato un seme che non arrivava dalla zona, o altrimenti era consapevole che molto probabilmente la pianta derivante non sarebbe stata già ben adattata al suo orto. Ci sarebbero volute diverse generazioni di piante (e di pazienza) per adeguarsi al suolo, al clima ed alle circostanze del suo orto. Con gli ortisti vicini, ma anche con i contadini ed i piccoli agricoltori circostanti nonna manteneva un vivo e vegeto scambio di conoscenza, semenza, pietanze, derivati e compagnia. Il principio della sopravvivenza era acqua/cibo, rifugio e calore, che si rafforzava con ogni nuova acquisizione ed amicizia perché portava nuova conoscenza, nuove semenze e nuova compagnia nell’eco-sistema locale. Si cercava di evitare e placare litigi per quanto possibile perché non facevano bene a nessuno. La ricchezza era data dalla propria abilità di coltivazione, della qualità della semenza e dell’abilità di relazionarsi. La varietà degli alimenti è molto importante nell’alimentazione umana. Per questo “basta che mantengono la tradizione e sono ricchi”. E’ il concetto di ricchezza che era diverso dall’attuale.

Mai prima è stato così importante esercitare il potere del consumatore. Ricordati che con ogni € che spendi decidi in che direzione vuoi che va il mondo.


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